Il Disturbo da Attacchi di Panico: come affrontarlo con la TMI

Il Disturbo da Attacchi di Panico: come affrontarlo con la TMI

Il Disturbo da Attacchi di Panico: come affrontarlo con la TMI

di Giancarlo Dimaggio

Il disturbo da attacchi di panico è talmente diffuso che ormai è entrato a fare parte della conversazione quotidiana. Quante volte sentiamo persone a noi vicine, in palestra, sul luogo di lavoro, che raccontano delle loro crisi che chiamiamo d’ansia, di panico? Sempre più spesso e, in un certo senso, questa è una fortuna. Più se ne parla, più diventa argomento familiare, più si riduce uno dei problemi principali che ostacolano la cura del disturbo: lo stigma, la vergogna, il timore di essere considerati pazzi, sbagliati, malati di mente.

E non c’è niente di male ad avere attacchi di panico: sono solo molto dolorosi, ma non segnalano che chi ne soffre è pronto per essere espulso dalla società! Sta provando dolore psicologico, e questo dispiace, ma alla fine è solo quello, un dolore che ha bisogno di essere lenito.

Come tutte le malattie diffuse, le opzioni terapeutiche efficaci sono aumentate. Ormai lo psicoterapeuta moderno, aggiornato, al passo con la scienza, deve sapere trattare gli attacchi di panico con capacità tecniche. In parole semplici, deve sapere che facendo le cose giuste, in un clima di collaborazione col paziente, gli attacchi di panico tendono a migliorare nella grande maggioranza dei casi. I pazienti, ben aiutati, riprendono il controllo sulla loro vita e tornano a fare ciò che la paura impediva loro.

Come affrontiamo gli attacchi di panico al CTMI? Coerentemente con gli avanzamenti della psicoterapia. E poi, affiniamo gli strumenti in modo da incidere sugli aspetti della personalità del paziente che potrebbero predisporlo alle ricadute.

Le strade per ridurre il panico sono diverse, vanno tentate in modo razionale e coerentemente con quello che funziona meglio con il paziente.

1) La prima cosa è spiegare al paziente cosa è l’attacco di panico: niente di più e niente di diverso che un’interpretazione catastrofica di normali segnali di attivazione emotiva: respiro affannoso, batticuore (tachicardia), senso di oppressione al petto e via dicendo. Significa che stiamo provando emozioni intense. Il paziente non lo sa e teme che siano segni di un infarto, di uno svenimento imminente o di una perdita di controllo sulla mente che lo porterà alla follia. Grazie alla psicoeducazione il paziente inizia a scoprire che non gli succede niente di terribile.

2) Fermare l’evitamento comportamentale ed esporsi – gradualmente! – alle situazioni ansiogene. A causa dell’esperienza negativa avuta nel primo attacco di panico il paziente inizia a ridurre il raggio d’azione. Evita di esporsi a situazioni in cui il problema potrebbe ripresentarsi: non guida, evita i luoghi affollati, non prende l’autobus, la metro, l’ascensore. A questo punto che cosa ottiene? Un momentaneo sollievo dell’ansia. E un consolidamento dell’idea di essere fragile e che il mondo è pericoloso. In altre parole si prepara la strada perché il disturbo non vada via. Parte della terapia implica concordare con il paziente di tornare a esporsi alle situazioni temute, in modo da scoprire che la catastrofe temuta non accadrà, e che è molto più capace di tollerare le emozioni dolorose di quanto non credesse.

3) Interrompere il rimuginio. L’ansia è mantenuta in modo prepotente dal pensare a lungo e in anticipo all’evento negativo. Mentre attende una situazione temuta, per esempio sa che dovrò prendere l’autobus, il paziente inizia a pensare in anticipo a cosa potrebbe accadere e come potrebbe fare per gestire la situazione. Questo rimuginio amplifica il potere delle immagini negative, dà loro tantissimo spazio nella coscienza di chi soffre di attacchi di panico. E aumenta l’ansia che a esse si associa. Parte della terapia, molto importante, è quella di insegnare a riconoscere l’attivazione del rimuginio e a imparare come non lasciargli spazio nella mente. Da questo punto di vista tecniche che ormai sono comunemente conosciute come “mindfulness” hanno un’importanza fondamentale. In due parole, si tratta di riconoscere che si sta rimuginando e invece di continuare a farlo, riportare l’attenzione, in modo cosciente e volontario ad altri aspetti dell’esperienza, a partire dal respiro, lento, profondo e regolare, fino alla ricchezza di stimoli che il nostro ambiente ci offre

Sapendo dosare questi elementi lo psicoterapeuta moderno aiuta la gran parte dei pazienti a superare il panico.

Poi, nella pratica della TMI, prestiamo attenzione ai cosiddetti schemi interpersonali che formano la vulnerabilità per il panico. Ad esempio, il paziente ha paura di svenire. Teme che se la gente lo vedesse sofferente penserebbe che è matto, tossico, tutte immagini che lui associa al disprezzo ricevuto. Da dove ha imparato a pensare di essere difettoso, sbagliato, e quindi soggetto a critica, disprezzo e rifiuto? Il paziente non è davvero degno di biasimo e disprezzo, ma ha imparato a vedersi così e che gli altri lo vedono così. Si tratta di uno schema interpersonale problematico. Probabilmente appreso nel corso della storia di sviluppo. E che ora continua ad essere la lente con cui si vede e con cui immagina che gli altri lo vedano. Riconosciuti gli schemi, il terapeuta TMI aiuta il paziente con il panico a prenderne le distanze, a osservare sé stesso e gli altri con lenti diverse, più ricche di sfumature, più benevole.


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