Ansia Sociale : come superarla con la TMI

Ansia Sociale : come superarla con la TMI

Ansia Sociale : come superarla con la TMI

di Giancarlo Dimaggio

La scena temuta è l’esposizione pubblica. Il terrore della brutta figura. Gli altri penseranno che non valgo niente. Che sono ridicolo. Non so parlare, ho un aspetto orribile, mi muovo male, non sono preparato, la mia voce è insicura, il mio accento imbarazzante, il vestito mi sta malissimo.

Quanti si riconoscono in preoccupazioni del genere?

La paura del giudizio degli altri nelle situazioni pubbliche si chiama fobia sociale o ansia sociale. È un timore diffusissimo dalle conseguenze dolorose. Chi ne soffre è costantemente carico di ansia. L’idea dell’avvicinarsi di una situazione in cui dovranno esporsi, fare una relazione, parlare in pubblico è sufficiente a ghiacciare il sangue dalla paura. Nel momento in cui la scena non è più rimandabile, in cui si sale, per così dire, sul palco e si è di fronte allo sguardo dell’altro, esplode la vergogna. E la vergogna si rinforza da sola: si accorgono che mi sto vergognando, penseranno che sono una bambina sciocca. Gli psicologi la chiamano meta-vergogna.

Quindi è un disturbo che si associa a un dolore soggettivo intenso e persistente. Ma le implicazioni sono anche pratiche. Chi soffre di questo disturbo tende a evitare l’esposizione, spesso in modo massiccio. Paga quindi un prezzo in termini di restrizione delle attività e riduzione delle possibilità di una vita lavorativa ricca e soddisfacente. Rifiuta posizioni a cui potrebbe giustamente ambire per timore del giudizio.

A lungo termine c’è un altro effetto negativo: si chiama depressione. Guardarsi dentro e scoprire quante occasioni si perdono a causa della propria paura è una cosa che butta giù. Non valgo niente. Sono un incapace. E queste idee su di sé rinforzano il ciclo, aumenta la paura di esporsi.

Si può curare? Senz’altro. Non è neanche difficilissimo, l’importante è che il clinico conosca bene il disturbo e le cose da fare e a quel punto saprà instradare il paziente verso l’uscita dal malessere.

Come tutti i disturbi d’ansia la terapia ha vari aspetti.

1) Spiegare di che si tratta il disturbo, che si tratta di una sindrome diffusa, comune e affrontabile. Che il dolore è generato innanzitutto dal timore di una catastrofe che riguarda la perdita della faccia. I pazienti scoprono così che la loro paura del giudizio nasce non tanto dalla paura della brutta figura in sé, ma dall’idea che a causa del proprio valore, che presumono scarso, verranno umiliati o rifiutati per tutta la vita.

2) Superare gli evitamenti comportamentali. È forse l’aspetto più importante della terapia. A causa della paura della brutta figura chi soffre di ansia sociale adotta comportamenti protettivi, che spesso aumentano di ampiezza. Evitano di presentarsi agli esami, di affrontare i meeting di lavoro, scelgono lavori in cui non devono esporsi. Se il disturbo è grave evitano di uscire con gli amici o di conoscere persone nuove. Evitano soprattutto le persone che a loro interesserebbero di più, proprio perché da loro temono di più il giudizio. Il terapeuta e il paziente concorderanno di iniziare nuovamente alcune attività che avevano interrotto, o ne inizieranno di nuove, mai affrontate prima. È fondamentale ricordare che in TMI non obblighiamo mai i pazienti a esporsi. Invece, li invitiamo costantemente a farlo, spiegando che riuscire ad affrontare le situazioni temute e una chiave per uscire dal dolore e ricominciare a vivere, e che senza esposizioni la vera uscita dalla malattia sarà impossibile. Ma è il paziente a dosare il passo, con il terapeuta che resta sempre calmo e rispettoso.

3) Fermare il rimuginio. Molti pazienti con fobia sociale dicono: “Ma io mi espongo, le faccio le cose, però sto male lo stesso”. Infatti, il vero problema non è l’evitamento comportamentale, quello è solo il meccanismo più potente di mantenimento, ma le convinzioni che gli sono alla base. Nell’arco della giornata, e soprattutto quando si trovano a dovere affrontare una situazione temuta, queste persone si preoccupano, rimuginano, rivivono nella loro mente in modo incessante le scene temute. L’obiettivo del rimuginio sarebbe quello di prevenire il danno pensando a come affrontare la situazione meglio: migliorando la performance? Evitando? Comportandosi in modo compiacente per ingraziarsi gli altri? Non c’è soluzione nella mente dei pazienti che così si avviluppano in circuiti mentali che hanno il solo risultato di fare crescere l’ansia, estenuarli e motivarli, alla fine, ad evitare per placare il dolore acuto. Il terapeuta allora fornirà strumenti per interrompere il rimuginio. Come abbiamo mostrato nella terapia TMI per il panico (http://www.centrotmiroma.altervista.org/wp/?p=1716) l’uso di tecniche conosciute nella loro ampiezza come mindfulness è utilissima. I pazienti imparano a riconoscere che stanno rimuginando e a portare gentilmente la loro attenzione altrove.

L’insieme di questi strumenti riduce l’ansia sociale. È poi importante che la terapia fornisca gli strumenti per prevenire le ricadute e stabilizzare i risultati. Il cuore del lavoro terapeutico quindi è di portare i pazienti a comprendere che il giudizio negativo temuto non è un fatto. Che a fronte dell’idea di essere apprezzati incontrano un altro sprezzante e umiliante, e a fronte del desiderio di essere amati incontrano un altro che li rifiuta, li biasima per la loro vulnerabilità invece di confortarli, o che si agita di fronte alla loro preoccupazione. E imparano che tutto questo è nella loro mente, è uno schema che non corrisponde alla realtà.

Aiutiamo i pazienti a scoprire che queste idee le hanno costruite nel corso dello sviluppo e che oggi sono… solo idee. Imparano a leggere il mondo con occhi più benevoli, capaci di riconoscere mille sfumature di colore, stanno meglio. Imparano che la mente degli altri è un posto molto più ricco di quello che pensassero, che ci sono mille pensieri ed emozioni che non hanno niente a che fare con un giudizio negativo nei loro confronti. Il mondo delle relazioni diventa un luogo che li incuriosisce.