Super Mario nella Terapia Metacognitiva Interpersonale – Narrativa & Psicologia

Super Mario nella Terapia Metacognitiva Interpersonale – Narrativa & Psicologia

Super Mario nella Terapia Metacognitiva Interpersonale – Narrativa & Psicologia

di Eleonora Natalini

La nostra Eleonora Natalini del Tinnitus Center parla di dipendenza affettiva, autostima, autonomia e di come un viaggio possa essere parte del cambiamento terapeutico. Un ruolo fondamentale lo hanno la consapevolezza degli schemi, l’immaginazione guidata, l’esplorazione comportamentale e probabilmente i burritos

Il caso di Loredana: sono come Super Mario quando cade nel vuoto. Questo è per me la chiusura di una relazione… non aver fatto un salto abbastanza lungo.

 

Loredana è una giovane donna apparentemente forte e decisa. Solare, con una smania addosso di dover far star bene gli altri, per poi perdersi nella ricerca della sua di felicità. Non a caso è un medico.

 

Si è presentata nel mio studio circa sei mesi fa, ancora ricordo quel giorno, aveva fatto forse due minuti di ritardo (se così si può chiamare) ed era mortificata oltre che trafelata! Mi chiarisce subito che mi ha contatta perché vuole “imparare a vivere le relazioni con più serenità” e mi spiega che per lei significa non sentirsi sottomessa, sfruttata e dipendente.

In questi sei mesi abbiamo parlato a lungo della relazione con Alberto, conosciuto un anno fa a casa di amici. Lo descrive come un tipo deciso, verbalmente aggressivo a volte, imprenditore di grande successo. Lo stima e ammira molto, ma la relazione è piuttosto complicata e Loredana sente che le “manca il fiato”. Oscilla tra il sentirsi poco per lui al percepirsi troppo in altri casi. E nessuna delle due situazioni è serena. La prima la porta ad assecondarlo, a sentirsi estremamente influenzabile; la seconda costretta e sfruttata: “Gli sto dando troppo per quello che merita“. È un’altalena continua che si ripete in ogni seduta.

Loredana sta male. In questi mesi abbiamo parlato della sua famiglia, del rapporto con i genitori, dei rapporti passati in cui ha sempre deciso lei di interrompere le relazioni, abbiamo analizzato gli eventi più recenti legati ad Alberto. Da queste narrazioni, in linea con la terapia metacognitiva interpersonale, abbiamo ricostruito uno schema interpersonale patogeno a partire dal desiderio di autonomia. Loredana vorrebbe assecondare i propri desideri ma: da una parte percepisce la reazione dell’altro che ostacola e controlla e porta una risposta del sé rabbiosa e orientata alla fuga dalla relazione con conseguente immagine di sé indipendente e capace; dall’altra percepisce l’altro sofferente, la reazione emotiva è legata al senso di colpa e ad un’immagine di sé di persona cattiva, dannosa che può per questo perdere l’amore della persona amata. In quest’ultimo caso si attiva l’accudimento invertito alla vista dell’altro che sta male e il conseguente timore di essere abbandonata o non voluta se non fa qualcosa per riparare alla sofferenza altrui.

Se dovesse rimanere sola sente di non essere al sicuro perché crede di non poter provvedere a sé stessa, di non esserne capace e prova paura. Loredana mi dice: “Mi immagino come Super Mario, il personaggio del videogioco, quando cade e sprofonda nel vuoto. Questo è per me la chiusura di una relazione… non aver fatto un salto abbastanza lungo per raggiungere l’altra sponda. Poi per carità la relazione, come il gioco, non è mica facile… gente che vuole ucciderti (ride) ma nel percorso a volte trovi pure dei funghi magici e ti senti grande, pieno di energie e vai avanti nonostante le insidie e gli ostacoli perché sai che poi riassaporerai quei brevi ma intesi momenti in cui ti senti al sicuro”.

L’ultima volta prima dell’estate l’ho vista in lacrime, dopo l’ennesima lite con Alberto, mi ripeteva “Non posso farcela, non ne sono capace, non sto bene da sola, non sto bene con qualcuno, non ne uscirò mai“. Doveva recarsi ad una cena con le amiche per salutarle prima dell’estate mentre l’ufficio di Alberto aveva organizzato all’ultimo minuto una cena con compagne/compagni al seguito. Lui ha un ruolo importante in azienda e ha “costretto” Loredana ad andare con lui: “Mi sono sentita in colpa perché ha iniziato a dirmi che le fidanzate degli altri non fanno così, aiutano il proprio compagno, sono presenti quando è necessario… non riuscivo a credere a quello che diceva, sapevo che non era così eppure… sono andata a quella cavolo di cena! Si può immaginare la discussione furiosa dopo”. Loredana ha chiaro lo schema ma al momento, com’è normale in questa fase della terapia, riesce a vedere di esserci stata dentro solo dopo l’abbassamento del tono emotivo.

Decido allora di fare un esercizio in immaginazione a partire da un episodio narratomi precedentemente con l’idea di attuare un reparenting e accedere alle parti sane. Loredana all’epoca aveva circa quindici anni e ricorda la madre che in lacrime le chiede di restare a casa perché ha bisogno di lei; ha discusso con il padre e non vuole rimanere sola. Nell’esercizio Loredana rivive la scena, sente nuovamente il senso di colpa, “un pugno allo stomaco”, e nel farlo troviamo inaspettatamente un elemento in più nella direzione del reparenting che avevo pensato di attuare: ricorda che la madre le aveva detto che poteva uscire, il viso abbattuto certo ma amorevole, ma che è la stessa Loredana a scegliere di non andare fuori con il ragazzo. Al termine dell’esercizio Loredana è scossa. “Loredana abbiamo visto un punto molto importante. Ha fatto una scelta mossa dal senso di colpa. Il timore che l’altro possa stare male e abbandonarla se non è una brava figlia, e oggi se non è una brava compagna, la spinge a reprimere ciò di cui lei ha bisogno. Ma lei può scegliere se assecondare questo senso di colpa o andare nella direzione di ciò che desidera”. Loredana ripensa all’episodio del passato: “Tornando indietro non so cosa farei oggi”. Le dico di contattarmi se non sta bene nei giorni successivi, perché non ci vedremo per circa tre settimane.

Il 5 settembre è di nuovo nel mio studio.

Loredana (L): sono partita alla fine…

Terapeuta (T): ah bene con Alberto allora? Parigi mi aveva detto…

L.: No… me ne sono andata a mangiare burritos in Messico! (Ride)

T.: Messico?!

L.: Sì ne avevo bisogno… Non sapevo più cosa volevo, o forse chi ero. Dopo l’ultima seduta ero molto confusa, per la prima volta ho come capito che potevo fare qualcosa, che non era così scontato dover per forza aiutare e limitarsi. Forse non volevo andare lì per un motivo preciso ma di certo dovevo fuggire. In fondo non è spesso cosi? Non sappiamo più se volevamo scoprire un posto nuovo o sotterrarne uno vecchio, non crede?

T.: Ora che mi ci fa pensare può capitare, crede sia questo il caso allora? Fuggire? E da cosa?

L.: Eh qui viene il bello (ride) forse da me stessa, non saprei… Dalla mia testa (ride di nuovo) come se parlare un’altra lingua ci cambiasse non solo la forma dei pensieri ma anche il contenuto! “Te echo de menos” come se dirlo così non significasse sempre “mi manchi”, come se quelle parole nuove potessero placare l’emozione che contengono.

T.: Una bella osservazione. Trovo curioso che abbia scelto proprio questa frase come esempio, mi vuole aggiungere qualcosa? Stava ripensando a qualcosa in particolare?

L.: Probabile… Be’ durante i miei viaggi ho sempre sentito la nostalgia di ciò che lasciavo quando ero in un posto nuovo e poi sentivo nostalgia di quel luogo o di quelle persone al ritorno. Come se non fossi stata mai presente nel momento che stavo vivendo. Ma con il capo girato dietro le mie spalle a guardare quello da cui mi ero allontanata, insomma l’opposto del pensiero mindful che abbiamo visto insieme (ride). Ho capito questo mentre camminavo sotto la pioggia con i vestiti appena ritirati in lavanderia in una stradina di Tulum. Sentivo la pioggia rinfrescante sulla mia pelle e mi sentivo libera. Avevo sbagliato strada e non ritrovavo l’albergo. Una sensazione bellissima di paura ma nello stesso tempo di gioia della scoperta e della libertà di essere sola. Di poter inevitabilmente pensare solo a me stessa senza sensi di colpa. L’angoscia della solitudine a braccetto con la felicità della libertà di essere chi vogliamo. Perdersi, ma forse è in quelle occasioni che ritroviamo noi stessi. Forse è questo il vero viaggio. Ma per perdersi è necessario cambiare strada e forse andare lontano. E soffrire forse. Almeno un po’. Cioè sentirsi più… non saprei dire… In bilico. Non so come quando ci alziamo velocemente e abbiamo un capogiro, ecco quella sensazione. Stai per cadere ma non cadi, ti sembra di essere in una realtà parallela ma sai di essere ancora in questo mondo. Ci sei e non ci sei. L’incertezza.

T.: Questo ha provato in quel momento? 

L.: Sì totalmente! In effetti quella sensazione l’ho provata più volte… Intendo l’incertezza, paura e libertà e poi anche poter costruire una nuova me. Nessuno mi conosceva, e probabilmente delle persone incontrate non rivedrò nessuno. Puoi essere cioè che vuoi, puoi mettere da parte la vergogna e vedere che succede ad essere diversa.

T.: In che modo ha provato questo? Si è sentita diversa in cosa?

L.: Lei lo sa, ne abbiamo parlato molto. Alberto conosce bene l’inglese e faccio andare avanti lui quando siamo all’estero. Be’ ero sola e l’italiano medio sa meno inglese di me (ride) mi sono dovuta fare carico di un gruppo di connazionali che avevano bisogno di qualcuno che parlasse per loro in aeroporto negli Stati Uniti. Che ridere! Io come guida!! Ci crede!?! (Ride ancora)

T.: Io si, me lo posso immaginare bene, anzi me lo immaginavo anche prima che diventasse la sua realtà. Probabilmente il senso del viaggio non era scoprire un luogo nuovo, ma una nuova parte di sé in relazione a quei luoghi. Far venire alla luce quello che temeva piuttosto che sotterrare il vecchio. 

L.: Si è stato così che ho capito che posso farcela. Che non succede nulla se sono sola e mi concedo la libertà di pensare solo a me stessa. Credo che avevo bisogno di provare che anche sola non succede nulla. Sono fuggita da alcuni cani che mi inseguivano in piena notte in un piccolo villaggio, ho messo da parte la vergogna parlando in lingue diverse, ho superato il disgusto tra sudore e alberghi non proprio puliti, e, nonostante la paura, ho nuotato a largo per poter ammirare le tartarughe marine nuotare sotto di me…

T.: Vedo una luce diversa nei suoi occhi mentre parla, felicità? 

L.: Sì felicità, la gioia di essere consapevole di avercela fatta. Si ricorda Super Mario? Mentre ero sull’aereo per andare ho sentito che ero caduta in quella sensazione di vuoto, paura, solitudine e forse senso di colpa per aver pensato solo a me…. non è stata una sensazione piacevole, ma poi mi sono detta che da lì si poteva risalire, che non era arrivato il momento del game over (ride). Ho respirato profondamente, sono uscita dalla mia mente guardandomi intorno, dicendomi che andava tutto bene e qualsiasi difficoltà potevo affrontarla, che si ero sola, era vero, e stavo andando lontano, vero anche questo ma mi stavo agitando perché mi soffermavo sopra questi pensieri, se li avessi lasciati sciolti mi sarebbe venuto un attacco di panico!

T.: Brava Loredana, vedo che ha attuato le tecniche viste insieme di detached mindfulness per gestire il rimuginio, deve essere stato veramente difficile emotivamente quel momento…
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