TMI intermediate training: primo weekend di formazione

TMI intermediate training: primo weekend di formazione

TMI intermediate training: primo weekend di formazione

di Virginia Valentino

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), proprio per l’attenzione che pone all’uso di tecniche esperienziali e di Imagery nella pratica clinica, non può che essere compresa e appresa attraverso la sperimentazione diretta di queste tecniche. Ma cosa succede in una giornata di training? Addentriamoci insieme in questo viaggio fatto innanzitutto di esperienze che il terapeuta in formazione vive in prima persona.

Pescara. Un weekend di febbraio. C’è il sole e un vento fresco che la mattina schiaffeggia un po’ ma ci sta più che bene se devi seguire una lezione di 9 ore. C’è il mare e c’è una spiaggia che ti catapulta ad un lido, in pieno agosto, pennichella delle 14.30. Tutto questo fa da sfondo ad una sala in un carinissimo albergo con 20-25 colleghi psicoterapeuti. Per la precisione stiamo parlando della prima parte di un corso “TMI-intermediate” e di solito in questi weekend accadono cose veramente tanto belle ed importanti. In primis si sta insieme ed anche se può sembrare strano, non necessariamente si parla solo e soltanto di psicologia. Ci si confronta sul vino, sull’alimentazione vegetariana e quella carnivora, ci si prende in giro, ci si supporta nonostante il pigiama di pile con tanto di orsacchiotto e nonostante la lentezza del mattino che contrasta con chi, alle 8.00, è già bello e arzillo e canta Lady Gaga a tutta forza. In training di questo tipo, vissuti intensamente, ci si può sentire all’interno di una piccola famiglia. Almeno per me è stato così: mi guardavo intorno e mi sentivo davvero fortunata.

Veniamo al dunque. Rivediamo tutto l’albero decisionale della TMI, svisceriamo nuovamente i sistemi motivazionali, che non fa mai male, introduciamo il razionale delle tecniche e ci imbattiamo nell’assessment dinamico. Per la precisione stiamo parlando di tecniche esperenziali: drammaturgiche, immaginative e corporee. Le teorie dell’Embodied Cognition e gli studi di Damasio, giusto per citarne qualcuna, offrono uno scenario teorico molto stimolante per quel che concerne il funzionamento e la relazione mente/corpo e spiegano perché tali procedure siano così efficaci e, per certi versi, più veloci del solo lavoro cognitivo. D’altronde, se ci pensiamo bene, la rappresentazione di noi e gli schemi stessi, non comprendono solo pensieri o concetti perché vi è anche e soprattutto una componente emotiva ed incarnata, fatta di sensazioni fisiche, muscolari e viscerali, corporee per l’appunto.
Dopo una mattinata teorica, si passa al pratico. Avete presente quel momento in cui qualcuno si deve offrire volontario? Chi guarda a destra e chi a sinistra, chi improvvisamente ricorda che deve chiamare a casa oppure l’amico che non sente da mesi, chi deve magicamente andare in bagno. Esatto, quello in cui si teme un po’ il giudizio, la vergogna, l’errore. Io, per storia mia di vita personale, che sarebbe troppo complessa da spiegare qui, già so come andrà. E dal pensiero alla realtà trascorrono solo una manciata di secondi: faccio io il terapeuta. E chi fa il paziente? Ci sono persone che conosco da anni, chi da pochi mesi, altri sono sconosciuti. Attendo chi si siederà di fronte a me. Ed ecco, E. che si alza: è una mia collega e amica. Abbiamo viaggiato insieme in auto, 4 ore intense per raggiungere Pescara, fitte di confidenze e confronti. Bene, mi conforta sapere che non sono sola in questa simulazione. Alle mie spalle, Antonella Centonze, la docente del weekend di formazione che mi guida e mi aiuta nella scelta degli interventi. Si parte con il grounding, con la focalizzazione sul respiro, ed entriamo nel merito di un episodio narrativo cercando di afferrare il wish e procediamo: obiettivo dell’esercizio è applicare tecniche esperenziali ed effettuare un rescripting.


Per saperne di più (continua su State of Mind): https://www.stateofmind.it/2019/04/tmi-imagery-training/


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