L’intreccio tra la supervisione e la psicoterapia personale

L’intreccio tra la supervisione e la psicoterapia personale

L’intreccio tra la supervisione e la psicoterapia personale

di Virginia Valentino e Vito Lupo

Per diventare psicoterapeuti occorre un percorso lungo ed impegnativo in termini di tempo, finanziari ed emotivi. Laurea. 5 anni (se va bene). Tirocinio ed esame di stato. 1 anno (se va bene). Specializzazione e discussione tesi altri 4 anni (se va bene). Dopo di che, la targhetta con la dicitura “Psicoterapeuta in…” può essere affissa. Fila tutto, vero? Ma nessuno dice mai la verità perché, parallelamente a tutto questo, ai libri, agli esami ci sono due grosse fette di formazione: la supervisione e la terapia personale. A cosa servono? Il supervisore è un collega più esperto dell’allievo e lo aiuta nella conduzione e nella gestione dei casi più complessi. La terapia è una comune psicoterapia in cui però il paziente è un terapeuta. Da qui la famosa battuta: “Un terapeuta che va da un altro terapeuta?” Sì, esatto, proprio così. Non è molto diverso dal dentista che va dal collega dentista o dal fisioterapista che si fa aiutare da un altro fisioterapista. Ma perché, quindi, aggiungere fatica alla fatica? Serve perché siamo umani, abbiamo le nostre personalità, i nostri schemi, che a volte ostacolano o rendono difficile la relazione con il paziente di turno così come nelle altre normali relazioni di vita. Nella terapia metacognitiva interpersonale si chiamano cicli interpersonali maladattivi (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). I pazienti li mettono in atto con gli altri, e noi possiamo essere l’altro di turno.
Per saperne di più (continua su State of Mind): https://www.stateofmind.it/2019/11/supervisione-psicoterapia-terapeuta/


Lascia un commento