Il cambiamento terapeutico come un processo che parte dal basso

Il cambiamento terapeutico come un processo che parte dal basso

Il cambiamento terapeutico come un processo che parte dal basso

di Chiara Polizzi

Entro nella stanza e vedo, seduta davanti al suo tavolino dei giochi, una bambina che somiglia pericolosamente a mia figlia (…). Le chiedo ‘Come stai?’.. ‘Mi sento sola, vorrei qualcuno con cui giocare, tutto quello che chiedo è un fratellino.. Oppure un cucciolo, me ne occuperei io, non mi sembra di desiderare tanto, ma mamma e papà non mi ascoltano, loro non capiscono!’ (…)”.
D., occhi chiusi, sta immaginando l’incontro tra la sua parte adulta (la donna in carriera, madre di due bellissime bambine e moglie premurosa) e la sua parte bambina, più introversa, emotiva, sofferente. Sofferente per il “semplice” fatto di essersi sentita parecchio sola quando era piccola, mamma e papà lavoravano senza sosta, a casa rientravano stanchi, non c’era tempo per giocare insieme, per accompagnarla dai compagni di classe nel weekend, per chiederle cosa aveva fatto di bello a scuola. Non era possibile occuparsi di un cucciolo, che D. tanto desiderava, né tantomeno avere un fratellino era cosa così semplice in quegli anni di difficoltà economiche!
D., 35 anni, è arrivata in terapia 8 mesi fa, in quanto stava vivendo un periodo di ansia e agitazione che le toglieva il sonno: rimuginio, arousal fisiologico, pensieri che non aiutavano. Piano piano ha notato come quell’ansia segnalasse il suo sentirsi senza controllo in alcune circostanze: sul lavoro è spesso questione di performance (“Ho troppo da fare, sento di fare tutto male, perderò la stima e la fiducia dei miei capi”), a casa i trigger riguardano il sentire tutte le responsabilità sulle proprie spalle (“Mio marito lavora fino a tardi, devo gestire le bambine, la casa, mi sento sola nel far fronte alla quotidianità”).
Già dalle prime settimane di terapia, complice il buon monitoraggio e la discreta attenzione ai propri stati interni, si va alla ricerca degli elementi dello Schema che, oggi, non sta aiutando D. Secondo il modello della Terapia Metacognitiva Interpersonale (Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G., 2013), uno Schema Interpersonale è ciò che, in forma implicita, ci guida e conferisce ordine al mondo, una chiave di lettura intersoggettiva di ciò che ci accade, interpretando la realtà; è inteso come una modalità di risposta appresa che si automatizza nel tempo, e che può essere più o meno funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi interpersonali. Accade però che, irrigidendosi o iper-generalizzandosi, uno Schema diventi fonte di sofferenza emotiva e interpersonale. La TMI si propone di ricostruire lo Schema a partire dall’esperienza del paziente, condividendolo e flessibilizzandolo.
Accade con D.: la paziente ha attivi bisogni o Wish di Apprezzamento (Rango Sociale) e di Cura (Attaccamento). Ha  interiorizzato un Altro critico/giudicante e assente/ indisponibile/disattento (Risposta dell’Altro), reagendo con pensieri di inadegautezza, disvalore, emozioni di ansia e tristezza e rabbia, cercando di essere sempre perfetta per non esporsi al giudizio e cavandosela da sé in ogni circostanza, quasi incapace di chiedere aiuto (Risposta di Sé alla Risposta dell’Altro). Perché così non fosse, D. si sentirebbe profondamente inadeguata e non degna. La condivisione dello Schema si basa sul recupero di elementi episodici ed esperienziali; si può cominciare a lavorare per cambiare le cose.
Si ricorda una volta in cui l’Altro si è dimostrato assente, non disponibile, poco attento alle sue esigenze facendole pensare di doversi arrangiare. E magari quando ha anche provato rabbia perché era ingiusto che lei venisse lasciata sola a occuparsi di tutto.?”.